PJ Harvey ha fatto un nuovo disco bello “ciccione” in stile odi et amo

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Allora… ne parlavano tutti, così ho pensato di dover combattere la mia resistenza nei confronti delle cantanti donne con la voce così pulita e ascoltare il nuovo album di PJ HarveyThe Hope Six Demolition Project” e, ben alla terza canzone “A line in the Sand” sono andata a controllare se Spotify mi aveva sbalzato in una playlist tratta dal Rocky Horror Picture Show perchè la voce era un misto tra Magenta e Janet.

Ora, al di là del gusto personale, sicuramente il progetto di PJ Harvey è interessante visto che nasce da una sessione durata cinque settimane che è diventata praticamente una installazione artistica dietro la vetrina della Somerset House di Londra. Ma non solo, ad accrescere il valore intrinseco di quest’album gioca sicuramente il fatto che tutte le canzoni qui racchiuse sono state create in circa 4 anni di studio, lavoro e ricerca che PJ ha trascorso tra Kosovo, Afghanistan e Washington DC.

Fatto sta che Polly Jean ci sta un po’ sulle palle in questo disco, ma ci suscita quel tipo di “antipatia” che è in realtà mista a invidia perchè, di fondo, ha realizzato una roba fichissima. A tratti sembra già sentita, questo è innegabile, a tratti ci lancia in un mondo di canzoni che sembrano fatte apposta per essere cantate in un corteo anni ’70 come “Near the memorials to Vietnam e Lincoln”, ma il più delle volte sono canzoni che ci viene voglia di riascoltare.

The Hope Six Demolition Project” ha bisogno di più di un ascolto perchè, sia musicalmente che testualmente, questo è un disco bello “ciccione” che affronta tematiche importanti e spazia in diversi generi. Niente…alla fine mi sono ricreduta.

 

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